23 Ottobre 2025

ART 5 “Disegno tessuti col cuore, raccontando la mia Prato”

Sono nato a Prato, e quando dici di essere di Prato, fuori, la maggior parte della gente ti guarda e dice: “Ah, il tessile” (qualcuno oggi direbbe anche”ah i cinesi”). Ma non sanno cosa significa davvero. 

Per me, quella parola è molto più che un’etichetta. È il rumore dei telai nelle mattine d’inverno, l’odore della lana bagnata, la polvere nei magazzini, i campionari che scorrevano come libri,  le stoffe accatastate, i fazzoletti srotolati sui tavoli , le sudate in rifinizione, ognuno con una sua lingua, un suo racconto. È lì che sono cresciuto, tra rotoli di tessuto, fusi, armature, e schizzi di colore. È lì che ho imparato e capito che potevo diventare un “non” qualunque disegnatore.

Disegnatore tessile. Un lavoro che quasi non si vede, ma che è ovunque e fondamentale. Ogni tessuto che si indossi, ogni fantasia su un cappotto giacca o una camicia, è passato dalla mano o dalla testa di qualcuno come me. Ma a Prato non si nasce semplicemente disegnatori ne ci si improvvisa: ci si forma ascoltando, rubando con gli occhi, con il tatto, con la memoria, ma soprattutto con la creatività, con l’estro, il gusto, le visioni che nessuno può insegnarti, neanche la scuola più importante al mondo. Io l’ho fatto tra le pezze in casa che mia mamma e mia nonna rammendavano , le aziende dei familiari, ascoltando le discussioni tecniche, le prove sbagliate e rifatte cento volte. Ricordo con emozione le mattine in cui mio zio mi portava in azienda, dicendomi “guarda e impara”,lui che aveva visto in me quella luce particolare, che con grande pazienza mi ha sempre spronato a rialzarmi ogni volta che cadevo.. Ho imparato che un bel disegno non basta: deve poter vivere sul tessuto, deve sapere reggere la trama, valorizzare il filato. Deve avere anima, sì, ma anche mestiere.Tutto ciò l’ho messo a disposizione di quella geniale follia creativa che è innata dentro di me.

E Prato era, per molti anni, il luogo perfetto per imparare tutto questo. Soprattutto negli anni d’oro del cardato, quando si lavorava recuperando le fibre, riciclando con intelligenza, ben prima che la parola “sostenibilità” entrasse nel linguaggio comune. Si creava tanto, si lavorava duro, ma c’era entusiasmo. Si respirava un senso di appartenenza, come se tutti, in fondo, facessimo parte dello stesso disegno. Perchè Prato era sinonimo di rinascita industriale, era il simbolo dell’ingegno pratese

Poi sono arrivati i momenti difficili. Le crisi certamente non sono piombate all’improvviso, ma si sono infilate lentamente tra le maglie del nostro sistema . Anno dopo anno crisi dopo crisi, le fabbriche hanno iniziato a chiudere. La concorrenza sleale dall’estero, il costo del lavoro, le logiche del mercato globale, i cambiamenti sociali, i nuovi modi di vedere moda: tutto sembrava andare contro ciò che eravamo. Molti si sono arresi. Molti hanno lasciato. Le crisi hanno portato via non solo lavoro, ma anche dignità, passione, futuro. Ma, diciamolo chiaramente, non siamo stati esenti da colpe. Abbiamo perso tempo, abbiamo sottovalutato i segnali. Ci siamo chiusi nelle nostre certezze, a volte abbiamo pensato che “bastasse fare come sempre”.Abbiamo trascurato l’innovazione, abbiamo capito tardi l’importanza di altri prodotti, in tanti casi abbiamo rifiutato l’adattamento, e inoltre forse ci siamo illusi che il mondo avrebbe continuato a cercarci, solo perché eravamo “quelli di Prato”.Anche noi disegnatori ci siamo trovati spesso in bilico, tra clienti che cercavano solo il prezzo, e una filiera che si andava assottigliando.Il ruolo spesso è stato sottovalutato, sacrificato in nome della velocità, del prezzo basso, dell’omologazione. La creatività, che è sempre stata la nostra forza, sembrava non bastare più.Creare per chi non vede il valore in quello che fai è una delle cose più dure.

Eppure, io continuo a crederci. Perché Prato non è finita. È cambiata, sì. Molto cambiata, e in alcune cose anche troppo. A volte ferita. Ma mai spenta del tutto. Ancora oggi ci sono aziende che resistono, che innovano, che credono nella bellezza delle cose fatte bene. Non tutte per la verità, ma ci sono. E io ancora oggi, quando metto mano a un nuovo disegno, sento quella stessa vibrazione di quando ero ragazzo. So che ogni linea che traccio ha una storia da raccontare, e che quella storia parla anche della mia città. Ho esportato con orgoglio e fierezza in altri distretti tessili il mio essere “pratese” miscelando culture, visioni, e modi diversi con importanti risultati.

Il tessile pratese merita rispetto. Non solo per quello che ha rappresentato in passato, ma per quello che può ancora essere. Una filiera corta, completa, capace di produrre  tessuti come nessun altri dall’inizio alla fine . Un patrimonio umano e tecnico che pochi altri luoghi al mondo possono vantare. E noi disegnatori siamo parte di questa ricchezza: interpreti, artigiani dell’immaginazione, narratori di una tradizione che sa rinnovarsi.

Certo, servono scelte coraggiose. Serve investire nella formazione, mettere i giovani in condizione di amare, imparare e restare. Serve tornare a credere nella qualità, non solo nella quantità. Ma soprattutto serve rispetto. Per chi lavora, per chi crea, per chi crede ancora nel valore di un tessuto pensato, progettato e realizzato qui, in Italia, a Prato.

Io continuo a disegnare, finche potrò. Nonostante tutto. E ogni volta che lo faccio, è come se cercassi di restituire qualcosa alla mia città, alla mia gente. Come se, attraverso una fantasia, un colore, una texture, potessi dire: “Siamo ancora qui. E valiamo. Eccome se valiamo.”

S.B.