3 Novembre 2025

ART 6 FAST FASHION E ULTRA FAST FASHION,MA COME CI SIAMO ARRIVATI?

Dalla sartoria alla velocità estrema

Un tempo la moda aveva un ritmo. Era fatta di stagioni, di tempi di cicli produttivi adeguati, di progetti che nascevano in relazione con i materiali, le mani, le competenze tecniche e stilistiche. I tessuti, i capi venivano pensati per durare, e dietro a ogni prodotto c’era una costruzione culturale, tecnica e artigianale. Poi, a un certo punto, è arrivata una trasformazione profonda, per motivi economici, sociali, culturali e tecnologici: tutto si è accelerato. Risultato? Prima il fast fashion. Ora l’ultra fast fashion.

Ma come ci siamo arrivati?

La svolta vera è iniziata tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando la globalizzazione, tecnologie digitali e logistica veloce, hanno cominciato a cambiare le regole del gioco. I grandi marchi hanno iniziato a spostare la produzione nei Paesi a basso costo, riducendo drasticamente le spese e comprimendo i tempi. È in quegli anni che modelli come quello di Zara hanno preso piede, trasformando il modo stesso di fare moda: più collezioni all’anno, cambi continui in negozio, rapidità nella risposta al mercato. Era nata l’era del fast fashion.

L’idea di base era semplice: dare al consumatore tanta scelta, nel minor tempo possibile, al prezzo più basso possibile. E sembrava funzionare. I capi arrivavano nei negozi ogni settimana, i trend venivano intercettati e riprodotti in tempi record, e il pubblico rispondeva con entusiasmo spinto da pubblicità e disponibilità crescente. Si è generato così un meccanismo di consumo veloce e continuo, che ha spinto le persone a comprare più spesso, a desiderare il nuovo più del necessario.

Ma non ci siamo fermati lì. L’esplosione dei social media — prima facebook, poi Instagram, TikTok e del commercio online — ha spinto ancora oltre questa logica. È nata una nuova mutazione del sistema: l’ultra fast fashion. Oggi ci sono brand (come Shein),in grado di produrre e mettere in vendita un capo nel giro di pochi giorni, basandosi su ciò che sta funzionando in tempo reale sui social. La progettazione non parte più da un’idea creativa o da una ricerca stilistica: parte da un algoritmo.

Come? I numeri sono impressionanti. Migliaia di nuovi articoli pubblicati ogni giorno, micro-produzioni che testano la risposta immediata del pubblico, e se qualcosa vende, viene subito riassortito. Altrimenti sparisce. Il tutto a prezzi talmente bassi da essere spesso inferiori al costo di un aperitivo o un pranzo. Ma a pagare il vero prezzo non è il cliente. È il sistema.

In questa corsa, il primo a essere svalutato è stato il tessuto. La materia è diventata una variabile secondaria, un supporto da decorare, un costo da comprimere. Si è smarrito il senso della costruzione, della qualità, della coerenza tra materia e progetto. Il tessuto è stato ridotto a un accessorio, quando in realtà dovrebbe essere il punto di partenza.

A cascata, sono scomparse anche molte figure fondamentali nelle aziende: esperti tessili, responsabili di prodotto con competenze tecniche, progettisti capaci di leggere la materia, di costruire un capo a partire dal filo. Oggi, in molte realtà, si sceglie un tessuto da un catalogo online, si guarda la resa estetica e si tira avanti. Ma dietro quella semplificazione, c’è una perdita enorme di conoscenza, identità e controllo.

Il risultato è che oggi si producono milioni di capi che durano poco, vestono male, vengono restituiti o scartati dopo pochissimi utilizzi. E si genera una quantità insostenibile di rifiuti tessili, oltre a un impatto ambientale devastante su acqua, suolo e aria. Tutto questo, senza contare le condizioni di lavoro inaccettabili in cui spesso questi capi vengono realizzati.Questa è la Cultura dell’“usa e getta”

Ma il tessile, possiamo dirlo con onestà, non è innocente.
È facile ed è giusto oggi puntare il dito contro il fast fashion, contro i grandi marchi che bruciano collezioni ogni settimana, contro i consumatori che comprano troppo e troppo in fretta. Ma sarebbe ipocrita pensare che il mondo del tessile, e in particolare quello italiano, non abbia le sue responsabilità. Per questo è anche giusto guardare dentro casa nostra. Per anni, molte aziende tessili hanno preferito inseguire il prezzo, più che la qualità. Abbiamo scelto la via più facile, pensando che la quantità potesse compensare la qualità (dimenticando che quantita/fatturati non sono spesso sinonimo di guadagno), che accontentare il cliente fosse meglio che educarlo. Abbiamo accettato compromessi, tagliato laboratori, lasciato andare competenze fondamentali. In molti casi, si è inseguito il cliente, invece che guidarlo. Abbiamo detto troppi “sì” a chi chiedeva tempi impossibili, costi irrealistici, risultati immediati.

Abbiamo lasciato che la moda dettasse le regole, dimenticando che il tessuto “è” la regola. Che è da lì che tutto inizia. E abbiamo sbagliato a non proteggere questa verità, credendo che il nostro passato ci bastasse per garantirci un futuro. Non è stato così.

Mentre il mondo correva verso digitalizzazione, sostenibilità, nuovi materiali e storytelling, gran parte del tessile — soprattutto in Italia — ha fatto fatica a innovare.Troppa burocrazia, poca visione strategica, e spesso incapacità di comunicare il proprio valore. Troppo nostalgici e poco futuristi.

Abbiamo anche smesso di fare sistema, ognuno chiuso nel proprio perimetro, invece di costruire alleanze, visioni comuni, progetti condivisi. Grande errore
E abbiamo creduto, forse troppo a lungo, che il “Made in Italy” potesse bastare da solo.Questo è il rovescio della medaglia, che in tempi non sospetti non abbiamo capito o voluto prendere in considerazione

quindi, il tessile non è solo una vittima, è in parte ,un complice.

Eppure qualcosa resiste. Qualcuno non ha mai smesso di credere nella materia, nella ricerca, nel mestiere. È lì che oggi possiamo — e dobbiamo — tornare a guardare. Perché se è vero che la moda ha bisogno di immagine, è altrettanto vero che senza sostanza quell’immagine si svuota.
Il tessile ha sbagliato, noi abbiamo sbagliato, ma c’è anche la possibilità concreta di rimettersi al centro.
Con più coraggio, più formazione, più responsabilità.

Perché la moda che vale davvero — per chi la crea, per chi la produce, per chi la indossa — ha ancora bisogno di tempo, di attenzione e di competenza.
E sì, ha ancora bisogno di un buon tessuto.

S.B.